Cari compagni di viaggio,
Una volta tornato a casa ho visto lo zaino ormai vuoto che, gettato in bagno in attesa del suo turno di lavaggio, mi guardava mogio mogio e sembrava chiedermi altra polvere, altri panni sporchi pressati dentro alla bell’e meglio (si scriverà così? … mah!), altre salviettine Fresh & Clean nelle tasche e altre gite sul tetto della jeep dove, da quella piega del telone che Paul non aveva voglia di chiudere bene, poteva respirare l’Africa.
E allora ho ricordato la sensazione da sopra quella roccia in mezzo al lago Natron coperto da una distesa di sale; o le chiacchiere in tenda con un buon amico mentre fuori pioveva in mezzo al Serengeti; oppure l’abbraccio di un vecchio commerciante musulmano di Stone Town con il quale avevo parlato di ebano, di vita e di Bin Laden, che mi aveva mostrato una statuetta di una madre e un bambino che lui chiama Unicef e che siccome era rotta mi ha detto di non comprare e di portarla nel cuore; o la felicità che mi ha regalato un bambino quando dopo avermi chiesto la solita penna è tornato semplicemente bambino e ha riso quando gli ho toccato il naso e fatto un verso con la bocca.
Perché in fondo l’Africa non è “quel che abbiamo visto” ma quel che abbiamo vissuto e che ci portiamo dentro. Tutto questo a qualcuno ha ridato il gusto per il proprio lavoro, a qualcun altro la voglia di viaggiare ancora, a qualcun altro ancora la voglia di aprirsi di più al mondo. Ciascuno ci ha messo qualcosa di se e forse è tornato un pochino diverso da prima, perché in fondo viaggiare davvero è un po’ anche questo.
E allora dico grazie Africa, e dico anche grazie a voi che della mia Africa fate parte.
Simone
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